CSI Piemonte: La politica non decide e la cassa integrazione fa capolino!

Mentre si prospetta la cassa integrazione per una parte dei dipendenti, si fa sempre più fosco il futuro del Consorzio informatico pubblico. E attorno alla riorganizzazione dell’ente si sta giocando una indecente partita politica. A scapito dei piemontesi.

Scritto da Carlo Manacorda, economista UNITO.

Non sono passati neppure due anni (eravamo a maggio del 2011) da quando il direttore generale del Consorzio per il sistema informativo-Csi Piemonte Stefano De Capitani, d’intesa con Regione Piemonte, Provincia e Comune di Torino, presentava al mondo dell’industria piemontese i propri piani di sviluppo del Consorzio. “Concretamente, il primo passo è stato quello di individuare 14 aree tematiche (cluster) in cui suddividere i fornitori del Csi: dall’agricoltura ai servizi per il personale, dalla mobilità, ai trasporti e alla salute. L’obiettivo è quello di avere per ogni cluster un numero ristretto di aziende fornitrici, con alta specializzazione nel singolo settore di attività… Una riforma epocale per il Csi, destinata a modificare tutti i rapporti consolidati di fornitura e ad aprire la porta tramite bando pubblico a nuove imprese anche piccole, aggregate in reti di impresa o consorzi… L’insieme di tutte le gare vale oltre 100 milioni di euro”. Visti nell’insieme, questi piani si configuravano come un volano per una crescita sinergica dell’informatica regionale al fine di farle acquisire lo “spessore” necessario per poter superare gli stati di “nanismo” che la caratterizzavano e consentirle di competere anche in mercati più ampi. Verso le imprese passava un messaggio per cui un ente pubblico altamente professionalizzato si metteva al servizio dello sviluppo del territorio nei settori dell’Ict – Information and communication technology. L’industria piemontese, spesso in passato assai critica verso il Csi per i regimi di monopolio entro i quali operava fin dalla costituzione (unico fornitore e senza procedure competitive di tutti gli enti istituzionali piemontesi, e quindi unico soggetto a poter beneficiare dei loro fondi), ora esprimeva vivo compiacimento per le iniziative annunciate. Parallelamente sembrava che maturassero, all’interno della Regione Piemonte, le condizioni affinché il Csi diventasse il punto di riferimento di tutta l’informatica sanitaria, anche tenendo conto delle trasformazioni previste dal nuovo Piano sanitario regionale. Il futuro del Consorzio appariva dunque radioso e si annunciavano per lui ulteriori piani strategici e industriali.

I piani, forse un po’ troppo ambiziosi e costruiti più sulla carta che su elementi concreti, non hanno retto alla prova del tempo. Il sole che splendeva sull’ente ha cominciato a lasciare spazio a nubi sempre più burrascose. Ora si è giunti alla resa dei conti. Quella stessa industria che aveva pensato di trarre vantaggi dalla collaborazione col Consorzio gli imputa inadempienze nei pagamenti che mettono a rischio il futuro di alcune delle piccole imprese che avevano legato tutta la loro attività al Consorzio. Col futuro di queste imprese, si gioca anche il futuro del loro personale che, senza i pagamenti del Csi, è verosimilmente destinato alla disoccupazione (dicevano i piani di De Capitani: “Ogni azienda saprà di poter lavorare su un tema specifico per un periodo di tempo abbastanza lungo: 2-3 anni e ciò consentirà di investire in risorse umane e tecnologiche e di ampliare i mercati di riferimento”). L’informatica sanitaria regionale sembra ormai decollata, in prevalenza, verso altri fornitori. Nonostante le appassionate difese del direttore generale del Csi, risulterebbe che la causa degli abbandoni del Consorzio sia dovuta ai suoi costi troppo onerosi e, quindi, non competitivi. In buona sostanza, a detta dell’assessore alla sanità Paolo Monferino, i costi praticati dal Csi sono fuori mercato. Va da sé che la riduzione delle richieste di servizio al Csi lo impoverisce fino al punto di dubitare che possa ancora dare occupazione ai circa 1.200 dipendenti. Anche le retribuzioni di questi sembrano quindi essere diventate altamente precarie.

Il quadro del Csi si presenta dunque ora a tinte fosche. Quali le cause del brusco cambiamento? Alcune derivano certamente dalla persistenza con la quale gli enti di riferimento, ed in particolare la Regione Piemonte, continuano a non voler mettere mano ad una riforma dell’ente, che tra l’altro essi stessi annunciavano con enfasi fin dall’ottobre del 2011 – condotta addirittura sotto le regia di un advisor di alta competenza -, e che più recenti provvedimenti legislativi (L. 135/2012 – spending review) imporrebbero. A questi fatti di portata generale si deve aggiungere la scarsa attenzione rivolta ancora dai suddetti enti alle attività e allo sviluppo del Consorzio, lasciato libero di intraprendere iniziative senza le opportune valutazioni dei costi e dei ricavi. Altre cause vanno ricercate all’interno del Csi. La confusione esistente in materia di governance (fors’anche di origine statutaria, ma che gli enti di controllo non hanno mai voluto definire) ha emarginato il vero organo di governo: il consiglio di amministrazione – tra l’altro frettolosamente riformato fino al punto di determinarne l’incompletezza dal punto di vista delle rappresentanze dei soci e la provvisorietà -, lasciando la direzione generale sovente arbitra di assumere discrezionalmente iniziative e decisioni prive di quelle valutazioni e di quegli approfondimenti cui procedono solitamente, presso tutte le aziende pubbliche e private, gli organi collegiali: assemblea e consiglio di amministrazione. La discrezionalità praticata riguarda, ovviamente, anche fatti specifici (attribuzione di consulenze, assunzioni di personale) non sicuramente utili per le finanze dell’ente già fortemente compromesse.

A conti fatti, e nell’interesse dei cittadini che finanziano, attraverso il versamento delle proprie tasse, anche il Csi non sembra che la situazione che continua ad aggravarsi in capo al Consorzio possa durare all’infinito. Chi ha il dovere di assumere iniziative per porre termine ad uno stato ormai di alto rischio – e che, comunque, torna a danno dell’ente, dei suoi dipendenti, dei suoi creditori e di tutti i contribuenti – lo faccia, in modo radicale e senza introdurre nuove variabili (il riferimento è alle recenti dichiarazioni del sindaco di Torino Piero Fassino circa un coinvolgimento del Csi nei processi di riscossione dei tributi). Svaniranno i sogni di gloria del e per il Csi, ma si imparerà nuovamente a vivere coi piedi per terra.

[Fonte: Lospiffero.com]

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