Regione Piemonte – Sanità, urge una terapia d’urto!

Tutte le cifre del crac: indebitamento insostenibile e sistematiche irregolarità nella documentazione contabile. A questo punto il commissariamento è persino auspicabile.

Carlo Manacorda, economista, Università di Torino

Per mesi il presidente Roberto Cota e l’assessore alla sanità Paolo Monferino (che però, nelle ultime ore, si sono finalmente resi conto dello stato drammatico della finanza regionale) hanno garantito ai cittadini piemontesi che i conti della sanità, ignominiosamente sfuggiti di mano ai loro predecessori, erano ormai completamente sotto controllo. Però negli ultimi giorni è venuta a galla una realtà diversa. La fa emergere la relazione che la Sezione di controllo per il Piemonte della Corte dei conti ha presentato tre giorni fa alla Commissione parlamentare d’inchiesta sugli errori in campo sanitario e sulle cause dei disavanzi sanitari regionali. La Corte dei conti fotografa un quadro allucinante.Prima ancora delle cifre negative – tutt’altro che trascurabili, come vedremo dopo (ma queste sono soltanto la conseguenza del malgoverno) –, ciò che sconcerta sono le modalità con le quali è stato ed è gestito il settore della sanità – che, non va dimenticato, rappresenta l’81,1 % dell’intera spesa corrente della Regione (8,1 miliardi di euro su 10 miliardi di euro).

La situazione più sconvolgente – ripetutamente evidenziata dalla Corte – è che le aziende sanitarie piemontesi, a partire dal 2008, hanno preso l’abitudine di redigere i bilanci con notevole ritardo rispetto all’anno cui gli stessi devono riferirsi. Da restare poi sbalorditi che i bilanci si fermino al 2009: non esistono bilanci per il 2010 e 2011 (tant’è che la Corte, riferendo alla Commissione d’inchiesta, dice di aver dovuto ricavare i dati di questi anni, per poter esporre qualche elemento al proposito, da informazioni fornite dalla Regione). Va da sé che la Corte bolli questi fatti come palesemente illegittimi. Altra situazione di più estesa gravità poiché coinvolge anche il bilancio della Regione è quella che riguarda i crediti complessivi verso lo Stato esposti nel bilancio regionale, crediti che comprendono in parte anche i finanziamenti per la sanità (nel bilancio della Regione compaiono 4 miliardi di euro di crediti verso lo Stato, dei quali 1,3 miliardi di euro riguarderebbero la sanità). Osserva la Corte che, trattandosi di somme di importo elevato, andrebbe riverificata con il Ministero dell’economia e delle finanze la loro consistenza effettiva. Qualora risultassero somme minori, si avrebbero gravi ripercussioni sia sui saldi del bilancio della Regione, sia su quelli delle aziende sanitarie. Stessa esigenza di procedere a verifiche di concordanza si presenta tra i debiti complessivi della Regione (4,7 miliardi di euro) e quelli riferiti a somme da trasferire alle aziende sanitarie. Ovviamente, conclude la Corte, in assenza di bilanci delle aziende tutto diventa aleatorio. Inoltre – stando sempre alle considerazioni critiche della Corte – l’assenza di bilanci determina la perdurante provvisorietà delle assegnazioni dalla Regione alle aziende, con conseguente perdurante incertezza sia sulla programmazione della spesa sanitaria regionale, sia sulla programmazione di quella delle aziende. Nei rapporti debito/credito tra Regione e aziende compare poi un fatto sorprendente. Per consentir loro di disporre di un po’ di liquidità, la Regione fa un prestito di 500 milioni di euro e trasferisce i fondi alle aziende. Però queste assegnazioni non compaiono nelle contabilità delle aziende come somme da restituire alla Regione. La quale invece paga gli interessi e assume impegni per un piano di restituzione dell’assegnazione, con fin troppo evidenti confusioni tra spesa regionale e spesa sanitaria. Tra le numerose censure della Corte, ne cogliamo un’ultima che dimostra come Regione ed aziende non conoscano, benché imposte dalla legge, le differenze che esistono in contabilità tra movimenti finanziari ed economici (cosa che se ignorata da uno studente del terzo anno di ragioneria lo farebbe bocciare immediatamente e sonoramente). Per chiarezza, gli ammortamenti che sono movimenti economici in quanto non generano uscita di denaro non vengono presi in considerazione né da Regione né da aziende, cosicché sono anche falsati gli stati patrimoniali di queste ultime.

Quali in soldoni le conseguenzedi questo marasma? A fine 2011, le perdite economiche delle aziende sanitarie ammontano a 126,7 milioni di euro (si parla di importi presunti non essendoci bilanci). Le aziende vantano crediti verso la Regione per 3,1 miliardi di euro. Hanno debiti verso i fornitori per 2,6 miliardi con un onere per interessi di mora di 6,7 milioni di euro. Hanno debiti verso le banche per anticipazioni di tesoreria da parte di queste di 1,1 miliardo di euro, con un onere per interessi di 15,2 milioni di euro.

Autori di queste “meraviglie” manager di spiccata professionalità e ben remunerati, che percepiscono magari anche cospicui premi di risultato, assistiti da schiere di collaboratori altrettanto ben remunerati (tra 85 e 105 milioni di euro annui lordi) – ma l’operazione “trasparenza” presso le strutture sanitarie piemontesi, comprese le federazioni, si direbbe che non sia attecchita molto poiché o non c’è neppure l’indicazione nel sito, come prescriverebbe la legge, oppure contiene dati parziali e riferiti ad anni passati (per esempio, non è stato possibile individuare dati sulla retribuzione dei direttori generali). Accanto ai manager in quest’opera devastante: collegi sindacali autorevoli e ben remunerati (ma, prendendo atto di quanto dicono le relazioni della Corte, fortemente insensibili ai loro compiti che sono anche di pubblico ufficiale con gli obblighi che ne conseguono), e dirigenti degli uffici della direzione sanitaria della Regione, questi ultimi poi costantemente assistiti da frotte di consulenti ben foraggiati (e scelti con rigorosa osservanza del manuale Cencelli). Sono tutti uffici e signori il cui compito era ed è di monitorare costantemente e tenere sotto controllo la spesa sanitaria, compito per il quale è palpabile il loro totale disinteresse (si potrà mai conoscere, ad esempio, qual è stato il costo dei consulenti della direzione sanitaria regionale negli ultimi 10 anni? Visti i risultati non proprio esaltanti della loro assistenza, magari potevano anche non essere ingaggiati, con beneficio per i conti della sanità).

Risulterebbe che la Commissione parlamentare, in presenza di un simile quadro dalle tinte non proprio limpide, e dopo aver inutilmente atteso ulteriori chiarimenti da parte della Regione che si era impegnata a darli, abbia deciso di informare della situazione piemontese il ministro della salute Renato Balduzzi. Sarà dunque il ministro che, verosimilmente, assumerà le decisioni sul come rimettere in sesto la baracca. Se però le cose stanno come si legge, logica vorrebbe che si arrivasse al più presto ad un commissariamento, poiché ogni giorno che passa non può che aggravare la situazione. Né è pensabile nemmeno lontanamente che organi ordinari possano ricondurla a regolarità.

A conti fatti, preso atto delle notizie poco veritiere fatte circolare sui conti della sanità piemontese, non ci resta che attendere che magari si avveri quanto ci racconta Collodi. Chiede Pinocchio alla Fata: “Come mai sapete che ho detto una bugia?” Risponde la Fata: “Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito, perché ve ne sono di due specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo: la tua per l’appunto è di quelle che hanno il naso lungo. – Pinocchio, non sapendo più dove nascondersi per la vergogna, si provò a fuggire di camera; ma non gli riuscì, il suo naso era cresciuto tanto, che non passava più dalla porta” (Collodi, Le avventure di Pinocchio, cap. XVII).

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[Fonte: Lospiffero.com]

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