FIAT: Il pensiero di Mar”p”ionne in sintesi.

Lo slogan di Fabbrica Italia!

I punti chiave del pensiero dell’ad: altro che sconfitta, prepariamo la riscossa.

La Stampa, 25 settembre 2012

TEODORO CHIARELLI

La Fiat? «E’ in ottima forma». Della Valle? «Smetta di rompere». L’Alfa Romeo? «Non è in vendita». Le insistenze dei tedeschi? (in piemontese un po’ storpiato) «Monsù Piech, lassa perde, va canté ’nt n’àutra cort!». Volkswagen? «Le spacconate dei tedeschi non mi sorprendono. Se vogliono veramente concorrere, vadano in Formula 1 e poi ce la vediamo lì». Il governo? «Bene Monti. Ma il governo rimuova le zavorre del Paese». E’ un fiume in piena Sergio Marchionne. Va all’assemblea degli industriali di Torino insieme con John Elkann, chiede di parlare e, uno dopo l’altro, si toglie un bel po’ di sassolini.

Le reazioni all’incontro con il governo

All’amministratore delegato del Lingotto, che ha confermato una volta di più l’impegno di Fiat verso l’Italia, preme soprattutto una cosa: mettere i puntini sulle “i” rispetto all’ esito dell’incontro di sabato scorso con il premier Mario Monti e i suoi ministri. Non ha gradito, Marchionne, molti dei resoconti in tono scettico sui media e i tanti commenti critici frutto di interpretazioni. Né accetta le continue manifestazioni di esterofilia, con il susseguirsi di interventi affinché il governo favorisca l’ingresso in Italia di altri produttori di auto, Volkswagen in testa. Il manager fa appello all’orgoglio nazionale, invita a non credere nei super-eroi, chiede al Paese di serrare le fila.

La salute dell’azienda e il quadro dell’auto

Il manager col maglioncino nero (ieri è nuovamente comparso senza barba) parte dalla situazione del mercato europeo dell’auto («Un disastro e finalmente anche gli altri costruttori si stanno accorgendo che bisogna affrontare l’handicap dell’eccesso di capacità produttiva») e spiega che, nonostante tutto, i conti della Fiat anche nel 2012 chiuderanno positivamente, grazie agli Stati Uniti e al Brasile. Rivendica il lavoro fatto in questi otto anni (il salvataggio prima della stessa Fiat e poi della Chrysler). Sul lavoro fatto nel nostro Paese si lascia andare a un attimo di scoramento: «A volte mi pare che fare business in questo Paese sia una fatica di Sisifo».

Il panorama italiano e i lavoratori italiani

L’elenco sciorinato da Marchionne sulle difficoltà di lavorare nel sistema Italia è impietoso: «Siamo il Paese in cui sulle imprese gravano le tasse più alte d’Europa, la giustizia più lenta, l’elettricità e il gas più cari, la burocrazia più contorta. Alla lista delle inefficienze si aggiungono infrastrutture che sono tra le peggiori d’Europa, pratiche per l’export tra le più difficili, un costo del credito tra i più elevati, la piaga della corruzione. E siamo, ovviamente, gli ultimi per produttività». Con una riflessione amara: «Essere considerati italiani, nel business, non aiuta». Gli rinfacciano, come una colpa, che in Italia non ci sono altri produttori stranieri con propri stabilimenti? Marchionne rilancia, con sarcasmo. «Siamo tutti in attesa del miracolo. Speriamo che qualche costruttore straniero venga a investire nel nostro Paese e a risollevarne le sorti. Negli ultimi otto anni ho cercato costantemente, in ogni modo, di coinvolgere un partner nelle nostre attività in Italia. Non ho avuto successo. Dichiaro il mio completo fallimento. Non c’è nessuno che voglia accollarsi anche una sola delle zavorre italiane». E ancora: «Voglio essere chiaro. Non sono i lavoratori, non è la nostra gente il problema. Il sistema lo è».

Alfa Romeo e le spacconate di Volkswagen

E l’arrivo di un salvatore straniero? «Ben venga uno stabilimento Volkswagen nel nostro Paese. Ma a quelli tra di voi che sono sul libro paga di Wolfsburg, chiedo gentilmente di ribadire ai vostri proprietari tedeschi un concetto semplice e chiaro: l’Alfa Romeo non è in vendita». Marchionne è infastidito per le continue pressioni a cedere il marchio del Biscione. Allora chiama in causa l’azionista di maggioranza di Volkswagen. «Sembra che Ferdinand Piech abbia detto che non hanno fretta e che per ora Fiat non è ancora abbastanza malconcia. Quando lo sarà, lui si prenderà l’Alfa. All’agenzia Reuters ha dichiarato: “Siamo pazienti e abbiamo tempo. Non ne sentirete parlare prima di un paio d’anni”. Poco prima di lui, un dirigente Volkswagen aveva dichiarato che “se uno dei piani-chiave di Marchionne vacilla, saremo là a raccoglierne i pezzi”. Spacconate».

La politica? Non partecipiamo a feste in maschera

Dopo il vertice con Monti, a Marchionne non è piaciuto assistere, sui giornali e in tv alla rappresentazione di una Fiat con il cappello in mano. «La Fiat è sana e in ottima forma». Il mercato europeo dell’auto, invece, «è un disastro». Gli attacchi della politica? «La nostra non è una competizione politica, non siamo a caccia di voti, non organizziamo nè partecipiamo a raduni elettorali o a feste in maschera, non siamo un movimento populista, con baci, abbracci, foto di gruppo da Vasto». Ora l’azienda è a un bivio: «Ridurre la capacità produttiva e licenziare migliaia di dipendenti, con danni incalcolabili. Oppure cercare, insieme alle nostre persone, di sfruttare le competenze che abbiamo, per aprirci la strada verso i mercati esteri». Un percorso non privo di rischi: puntare sull’export negli Usa e nei Paesi extra Europa, sfruttare la partnership con Chrysler per tenere aperti tutti gli stabilimenti. «Ma è l’unica strada possibile per evitare la catastrofe». Questo, racconta, è stato detto al governo, nessuna richiesta di cassa integrazione, di incentivi o di aiuti sottobanco. Semmai l’invito «a rimuovere le zavorre che stanno ancorando il nostro Paese al passato».

Il botta e risposta con Diego Della Valle

Infine, Marchionne regola il botta e risposta con Diego Della Valle. Il patron di Tod’s nei giorni scorsi lo ha accusato di ogni nefandezza («Inadeguato», «Non ha modelli», «Inganna i suoi dipendenti e l’Italia») e anche ieri lo ha attaccato («Fiat presa con le mani nella marmellata, se ne voleva andare»). «Non parliamo di gente che fa borse – ha sibilato l’ad Fiat – Io faccio vetture. Con quanto lui investe in un anno in ricerca e sviluppo, noi non ci facciamo nemmeno una parte di un parafango. La smetta di rompere le scatole».

Qui il testo dell’articolo de “La Stampa”.

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