Provincia di Torino – Lo spettro del dissesto sul regno di Saitta.

Le difficoltà della Provincia di Torino sono indipendenti dalle manovre del governo. Sono previsti introiti per 56mln dalle dismissioni. Ma i “gioielli” non fanno gola. J’accuse di Giacometto.

I guai di Saitta non dipendono (solo) dall’arcigno governo dei professori. È vero che la cosiddetta “spending review” impone anche una consistente riduzione dei trasferimenti di risorse nei confronti delle Province italiane, sia per il 2012, sia per il 2013, ma imputare al cattivone Monti addirittura le «premesse per una dichiarazione di dissesto per la Provincia di Torino» – come ha fatto il presidente – pare un’esagerazione. Le difficoltà dell’ente di via Maria Vittoria hanno origini a casa propria e Roma non ha fatto che peggiorare le cose. «È evidente che prevedere un “taglio” nel proprio di bilancio di circa 25 milioni di euro, per di più nei pochi mesi che ci separano alla fine dell’anno in corso, rappresenta un impegno di non poco conto – spiega Carlo Giacometto (Pdl), presidente della Commissione provinciale di Controllo -, tuttavia, non si può non ricordare che il bilancio di previsione del 2012, votato dalla maggioranza nello scorso mese di giugno, ha trovato una sua “quadratura” grazie alla scelta di mettere in vendita parte del proprio patrimonio immobiliare».

L’equilibrio fra entrate e uscite è, dunque, garantito dalla capacità dell’amministrazione guidata dal democratico Antonio Saitta di ottenere dalla dismissione di quel patrimonio circa 56 milioni di euro, il totale cioè della vendita delle palazzine di corso Lanza 75 e dell’area di ponte Mosca a Torino. Quelle proprietà che, anche sul sito istituzionale della Provincia, sono definite “i suoi gioielli”. «Questo come ipotesi di lavoro, visto che i due bandi – che scadranno entrambi entro i primi giorni di settembre – hanno posto quelle cifre come base d’asta. Tuttavia – continua Giacometto – sembra già fin d’ora evidente che le manifestazioni di interesse da parte di operatori e di privati stentino a manifestarsi, in un momento in cui il mercato immobiliare a Torino è in forte difficoltà. E senza dimenticare la contemporanea offerta di patrimonio pubblico da parte di altre amministrazioni».

Tutto ciò non fa altro che preparare il terreno per ottenere – come esito – che quei bandi possano andare deserti, proprio com’è successo solo qualche settimana fa per la mancata vendita del 5% delle azioni di Sagat. «A quel punto – pronostica l’esponente pidiellino -, probabilmente si modificherebbero al ribasso gli importi a base d’asta e si riprenderebbe l’iter. Con la certezza di dover comunque far fronte a minori entrate per il bilancio rispetto alle previsioni iniziali. Perché, delle due, l’una: o si vende ad una cifra inferiore ai 56 milioni iscritti a bilancio, o non si vende affatto. Tertium non datur».

In sede di discussione del documento di bilancio previsionale 2012, Giacometto aveva proposto di conferire tutte le proprietà immobiliari della Provincia in un fondo, in modo da valorizzarle attraverso il collocamento delle quote sul mercato, evitando così di vendere definitivamente quelli che la stessa giunta ha poi presentato, appunto, come “i suoi gioielli”. «Quella proposta rimase lettera morta, ed oggi siamo qui a sperare che nel mese di agosto improbabili investitori vengano a Torino ad acquistare gli immobili in corso Lanza e l’area di ponte Mosca. Cosa che, ovviamente, spero anch’io, per il bene del bilancio provinciale. Ma su cui credo mi sia concesso il beneficio del dubbio».

Lo spettro del dissesto, dunque, aleggia su Palazzo Cisterna, indipendentemente dai tagli del governo nazionale. «Sono queste le motivazioni per cui ritengo sia doveroso occuparsene – puntualizza Giacometto -, magari utilizzando la creatività e immaginando soluzioni “non convenzionali” per salvare il bilancio provinciale. A cominciare dalle modalità da utilizzare per proporre al mercato i nostri immobili. Non mi limiterei, infatti, alla sola pubblicazione del bando sui principali quotidiani cartacei nazionali, in italiano e in inglese. Né alla mera realizzazione di una sezione tematica sul sito internet della Provincia. Che poi sono le azioni che sono state messe in campo dall’amministrazione in questa fase. Piuttosto, farei tradurre quei bandi in russo, arabo e cinese e acquisirei spazi pubblicitari – prevalentemente sulla “rete” e quindi, tendenzialmente, a basso costo quando non addirittura gratuiti  – sui canali globali. Privilegiando quelli più seguiti a Mosca, Dubai o Pechino. Realizzerei una o più pagine facebook, un canale Twitter, una raccolta di immagini su Pinterest. E, perché no, metterei tali annunci anche su E-Bay. La mia impressione, infatti, è che limitarsi al mercato nazionale sia l’anticamera del fallimento dell’intera operazione di vendita».

Passando dai beni immobili ai beni mobili, occorre mettere mano in modo ancor più radicale delle partecipazioni provinciali. «Oltre alla Sagat, andrei avanti senza indugio con la vendita di quelle che, nel corso di questi anni, hanno visto svalutarsi il proprio patrimonio, portandosi con sé la perdita di valore dell’investimento durevole della Provincia, come peraltro rilevato dalla Corte dei Conti in sede di esame del rendiconto 2010. In questo senso, partirei, come ho già ribadito anche qualche tempo fa, da quelle partecipazioni, come ad esempio Tne, che non hanno minimamente conseguito l’obiettivo societario». Infine, il capitolo dolente dei contratti derivati che sono ancora “nella pancia” dei bilanci. «Andando a verificare in fretta se la loro gestione abbia determinato costi impliciti per il bilancio provinciale. Anche qui, rispondendo alle sollecitazioni di una relazione del settembre dello scorso anno dei giudici contabili, in cui si rimarca l’evoluzione negativa dei contratti derivati della Provincia. Quegli eventuali costi impliciti potrebbero e dovrebbero essere recuperati attraverso una trattativa o con l’apertura di un contenzioso con le due banche con le quali abbiamo effettuato operazioni di finanza derivata negli anni passati, in linea con quanto hanno già fatto altre amministrazioni pubbliche in Italia negli ultimi tempi», ribadisce Giacometto.

Insomma, le soluzioni per salvare la Provincia di Torino dal dissesto – in attesa dell’inizio del percorso per l’istituzione della Città Metropolitana – ci sono e, con un po’ di sforzo, si possono anche trovare in casa. «Non dovrebbe essere nella nostra tradizione prendersela con il destino cinico e baro e attendere inermi che succeda qualcosa», conclude.

[Fonte: Lospiffero.com]

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