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Altri posti di lavoro persi nel Pinerolese: la Streglio dichiarata fallita dal tribunale di Pinerolo!
Dopo la Indesit che ha delocalizzato la produzione all’estero, la Streglio, storica fabbrica di cioccolato di None, è stata dichiarata fallita dal tribunale di Pinerolo. Il provvedimento, firmato dal giudice Claudio Canavero è stato depositato in cancelleria. A chiederne il fallimento è stato un istituto bancario, ma quasi in contemporanea l’azienda aveva portato i libri contabili in tribunale. Lo stato passivo è da accertare, ma da fonti sindacali risulta che superi i 7 milioni. Nelle fabbrica lavoravano una cinquantina di dipendenti.
Un’altra realtà, che chiudendo, riduce i posti di lavoro nel Pinerolese. Visto che probabilmente questi lavoratori, insieme a quelli dell’Indesit, usuifruiranno degli ammortizzatori sociali, non sarebbe possibile sperimentare la creazione di un agenzia per la tutela del suolo e la messa in sicurezza del territorio dove questi lavoratori possano sentirsi utili ed al tempo stesso fornire un servizio alla cittadinanza tutta e magari, se l’attività da buoni risultati, assorbirli a tempo pieno in questa attività? Regione, Provincia e Comuni si lamentano di non avere denaro da destinare a queste attività, benissimo, pensiamo ad investirne per attrezzare queste squadre di lavoratori e verificare se così facendo si possa ottenere un risparmio evitando i danni dovuti agli eventi atmosferici e se così fosse decidere di assumere in pianta stabile questa manodopera in eccesso dovuta alla crisi e forse iniziare a rilanciare in modo serio l’economia. Per tutto questo si potrebbe pensare di adattare la norma sui lavori socialmente utili all’interno della quale inserire questa tipologia di personale, praticamente a costo zero.
Ma forse la mia è solo una fantasia troppo lungimirante per essere presa in considerazione.
Buona fortuna a noi tutti!
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Regione Piemonte – Sanità: Emodinamiche, il Tar sospende le chiusure!
Dopo che il Tavolo Ministeriale ha bocciato le Federazioni Sovrazonali il Tribunale amministrativo stoppa il provvedimento della Regione sul San Luigi di Orbassano e il Santa Croce di Moncalieri. Il ricorso presentato dal sindacato dei dirigenti medici Anaao. L’assessore Cavallera: “Prendiamo atto e approfondiremo la questione”.
I laboratori di emodinamica dell’ospedale San Luigi di Orbassano e dell’ospedale Santa Croce di Moncalieri continueranno a prestare servizio. Almeno per il momento: l’udienza di merito è fissata al 18 giugno 2014. Il Tar del Piemonte, infatti, ha concesso la sospensiva sull’efficacia della delibera del 28 dicembre 2012 che ne stabiliva la chiusura, nell’ambito della riorganizzazione ospedaliera. A ricorrere avverso la decisione della Regione è stata l’Anaao, associazione sindacale dei medici dirigenti. “Viene così smontato un altro pezzo della riforma voluta da Monferino che si rivela, come sempre da noi affermato, una riorganizzazione frutto di totale incompetenza e improvvisazione. Dopo l’inabissamento delle Federazioni non vi sono dubbi che in questi 3 anni sono state messe in atto delibere che hanno contribuito a devastare il nostro sistema sanitario nella più totale opacità metodologica. Siamo fieri di aver dato questa sonora sberla giuridica all’ex Assessore-Ingegnere dimostrando che in Sanità la competenza è valore ancora rilevante rispetto alla arroganza”, ha dichiarato il segretario regionale di Anaao Assomed Gabriele Gallone (foto).
In serata è giunta la reazione della Regione, che si è costituita parte in causa nel procedimento, dopo le timide aperture fatte nei giorni scorsi dal neo assessore alla Sanità Ugo Cavallera: “Nel momento in cui ci sarà il parere del Tar si potrà prendere una decisione politica”, aveva affermato il nuovo inquilino di corso Regina Margherita. “Prendiamo atto delle sentenze del Tar sui ricorsi presentati da vari soggetti sulle chiusure delle emodinamiche – scrive in una nota l’assessore -. Ci riserviamo, nelle prossime ore, di approfondire il contenuto del dispositivo e di assumere ogni decisione in merito. Ribadisco l’intenzione – come pubblicamente dichiarato e già comunicato al tavolo di monitoraggio della spesa socio-sanitaria – di svolgere approfondimenti sul tema anche in relazione alle esperienze di alcune regioni assimilabili al Piemonte per dimensioni e caratteristiche del sistema sanitario, in modo da avere ulteriori elementi di riferimento e decidere in modo il più possibile oggettivo”.
Il risultato ottenuto oggi in sede giudiziaria è stato possibile grazie alle mobilitazione di operatori e cittadini che hanno dato vita in questi mesi a numerose iniziative di protesta e dall’azione incalzante di alcuni politici – di opposizione (Mauro Laus e Stefano Esposito) e di maggioranza (Daniele Cantore) – che hanno ingaggiato un duro braccio di ferro con l’allora assessore Paolo Monferino. “Quel che si è cercato di far passare per campanilismo – commenta a caldo Laus (Pd) – erano invece concrete preoccupazioni che i giudici hanno saputo riconoscere e che adesso anche Cota e la sua maggioranza dovranno mettere al centro”. “Giustizia è fatta – chiosa Cantore (Pdl) –. Ma soprattutto sono salve la salute e la vita di molti cittadini. Peccato che, come al solito, chi amministra non sia arrivato prima della giustizia amministrativa a ritirare le delibera”. Di giunta composta fa dilettanti allo sbaraglio parla invece Eleonora Artesio (Fds): “Qualcuno dovrebbe spiegare a Cota – che ancora ieri si vantava di come sotto la sua guida la sanità piemontese fosse diventata un modello in grado di attirare i pazienti anche dall’estero – che la sua pasticciata riforma, scritta e riscritta più volte, sempre senza metodo e senza ascoltare né gli operatori né i cittadini, fortunatamente non è mai partita, né probabilmente mai partirà”.
[Fonte: Lospiffero.com]
Scarica i documenti deliberati del piano di riordino della sanità:
Qui solo l’elenco delle chiusure degli ospedali e delle strutture con la data di cessazione!
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FIAT Industrial si trasferisce in Olanda!!!!
E’ in dirittura d’arrivo la nuova configurazione di Industrial, la controllata che si occupa dei mezzi pesanti. Avrà il quartier generale in Olanda, sede fiscale a Londra e sarà quotata a Wall Street. A rimetterci saranno Torino e le casse statali.
Quotazione in America, sede legale in Olanda e residenza fiscale in Inghilterra. Fiat Industrial, la controllata del Lingotto che opera nel segmento dei mezzi pesanti, ha definito il profilo – e, soprattutto, la domiciliazione delle attività: a breve sparirà il suo attuale indirizzo, civico 250 di via Nizza, sparirà dal registro delle imprese della Camera di Commercio di Torino. Come annunciato, a seguito della fusione con Cnh trasferirà baracca e burattini ad Amsterdam. Ma non è tutto.
Fiat Industrial, come riferisce International business time, ha presentato le carte alla Sec, l’equivalente americana della Consob, per quotarsi a Wall Street. Il prospetto informativo inoltrato relega la quotazione di Piazza Affari ad un ruolo marginale, un residuo del passato. Emerge, poi, che la newco (che si chiamerà Fi Cbm Holdings Nv dopo la fusione) sarà strutturata così che “venga considerata residente nel Regno Unito sulla base del trattato fiscale [tra Roma e Londra]”. Quindi, ricapitolando: quotazione principale a Wall Street, sede legale ad Amsterdam e residenza fiscale nel Regno Unito. Il che, tradotto concretamente, è una vera e propria fuga dall’Italia.
Cosa rende così Londra? Lo spiega Ibt: attualmente, nella configurazione italiana di Fiat Industrial, il tax rate raggiunge quota 36% con il 31,4% di corporate tax sul reddito societario (536 milioni di euro versati al netto dei 28 di Irap). Sbirciando lo stesso dato in tutta Europa, il quadro che ne emerge è disarmante: comanda questa speciale classifica la Francia al 33,3% seguita subito dall’Italia (31,4%), dalla Spagna (30%) e dalla Germania (29,5%). Ed il Regno Unito? Anni luce distante, la percentuale inglese si ferma al 23%, un abisso. Un gap destinato a crescere, poi, visto che quel 23% è destinato a scendere al 21% nel 2014 e al 20% dal 2015. Tra imposte sul lavoro, tasse sui redditi e “altre tasse”, la percentuale italiana arriva al 68,3%, la francese al 65,6%, la spagnola al 38,7% e la tedesca al 46,7% (con le imposte sul lavoro quasi dimezzate rispetto l’Italia). Anche qui, per Londra, è un’altra storia: 35,5% il totale segnato.
Leggi anche questo: Metà Fiat batte bandiera olandese!
Altre notizie correlate nella sezione FIAT
[Fonte: Lospiffero.com]
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FIAT: Sempre più made in USA!
L’agenzia Bloomberg conferma la notizia che circola da diverso tempo: il Lingotto starebbe valutando di trasferire il quartier generale del gruppo in America. La decisione verrà presa una volta completata la fusione con Chrysler.
La Fiat starebbe studiando il possibile trasferimento oltreoceano. Non è una novità travolgente, giacché è da tempo che la notizia circola e, in fondo, almeno come ipotesi non è mai stata smentita dal Lingotto. L’ad Sergio Marchionne, infatti, starebbe valutando un trasferimento della sede dell’azienda da Torino in Usa, una volta completata la fusione con Chrysler. Lo si legge sul sito internet dell’agenzia Bloomberg, che cita fonti ben informate. Nessuna decisione finale in materia è stata presa, hanno però aggiunto le fonti, e tante differenti opzioni rimangono al vaglio.
L. Brooks Patterson, capo del Consiglio della Contea di Oakland, dove ha sede Auburn Hills, la città che ospita il quartier generale di Chrysler, lo scorso anno ebbe un incontro di affari con Marchionne nel quale fu sollevata l’idea per la prima volta, scrive Bloomberg. “Se la cosa si concretizza, e spero accada, è una buona notizia”, ha poi dichiarato Patterson, in un’intervista: “Accrescerebbe l’intera immagine della Motor City, per noi sarebbe davvero un grande slam”.
Sulla notizia interviene Maurizio Landini, segretario della Fiom. “Non mi pare sia una novità, è da tempo che il dottor Marchionne sta dicendo che il quartier generale andrà via del nostro Paese. Vorrei far notare – aggiunge ospite di Sky – che la Fiat non c’è più, ci sono due società che stanno spostando la testa negli Stati Uniti. Nel 2012 in Fiat si sono fatte più di 50 milioni di cassa integrazione e i famosi 20 miliardi di investimenti promessi non ci sono più, se si arriva a 2 miliardi è tanto”. Infine un appello: “Mi auguro che il nuovo governo convochi un tavolo con la Fiat e i sindacati e si rimetta a fare politiche industriali e chieda impegni alle imprese. Questa è una delle motivazioni per cui manifestiamo sabato”, conclude.
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[Fonte: Lospiffero.com]
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Mondo: L’Islanda e il rifiuto dell’austerità per rilanciare l’economia.
DI SALIM LAMRANI da www.mondialisation.ca
Di fronte alla crisi economica, mentre l’Unione europea ha scelto la strada dell’ austerità e ha deciso di salvare le banche, l’Islanda ha invece provveduto a nazionalizzare le istituzioni finanziarie e respinto le politiche di rigore fiscale. Con un tasso di crescita del 2,7% nel 2012, anche il Fondo monetario internazionale (FMI) ha lodato la ripresa economica del paese.
Quando, nel settembre 2008, la crisi economica e finanziaria colpì l’Islanda, un piccolo arcipelago nel nord Europa abitato da 320.000 persone, l’impatto fu disastroso, come nel resto del continente. La speculazione finanziaria portò le tre maggiori banche al fallimento, le cui attività rappresentavano una somma dieci volte superiore al PIL della nazione. Il tasso di disoccupazione si moltiplicò per 9 tra il 2008 e il 2010, mentre il paese un tempo godeva della piena occupazione. Il debito dell’Islanda rappresentava il 900% del PIL e la moneta nazionale venne svalutata del 80% nei confronti dell’euro.
Di fronte alla crisi
Nel 2009, quando il governo volle attuare le misure di austerità richieste dal FMI in cambio di aiuti finanziari, una forte mobilitazione popolare lo costrinse a dimettersi.
Così, a differenza delle altre nazioni dell’UE nella stessa situazione, che hanno applicato alla lettera le richieste del Fondo monetario internazionale, che esigeva l’attuazione di severe misure di austerità, come in Grecia, Irlanda, Italia o Spagna, l’Islanda scelse una via alternativa. Quando nel 2008, le tre banche principali, Glitnir, Kaupthing e Landsbankinn fallirono, lo stato islandese rifiutò di iniettare fondi pubblici per salvarle, come nel resto d’Europa. Invece, procedette alla loro nazionalizzazione.
Allo stesso modo, le banche private sono state costrette a cancellare tutti i debiti a tassi variabili superiori al 110% del valore della proprietà. Inoltre, la Corte Suprema dichiarò illegali tutti i prestiti indicizzati a valute estere concessi a persone fisiche, costringendo le banche a rinunciare ai propri crediti, per il beneficio della popolazione.
I responsabili del disastro – i banchieri speculatori che causarono il crollo del sistema finanziario islandese – non hanno beneficiato della clemenza popolare come invece nel resto d’Europa, dove sono stati regolarmente assolti. In realtà, vennero processati e incarcerati da Olafur Thor Hauksson, Procuratore speciale nominato dal Parlamento. Anche il primo ministro Geir Haarde, accusato di negligenza nella gestione della crisi, non evitò un processo.
Un’alternativa alla austerità
I risultati della politica islandese economica e sociale sono stati spettacolari. Mentre l’Unione europea è in una fase di recessione, l‘Islanda ha avuto un tasso di crescita del 2,1% nel 2011 e si prevede un tasso del 2,7% per il 2012, e un tasso di disoccupazione che oscilla intorno al 6%.
Il presidente islandese Olafur Grimsson ha spiegato questo miracolo economico: “La differenza è che in Islanda abbiamo lasciato fallire le banche. Erano istituzioni private. Non abbiamo iniettato denaro per tenerle a galla. Lo Stato non si è assunto questa responsabilità”.
Contro ogni previsione, il Fondo monetario internazionale ha accolto con favore la politica del governo islandese omettendo di dire che questi risultati sono stati possibili solo perché l’Islanda ha rifiutato la sua terapia di shock neoliberista, attuando invece un piano di recupero efficace e alternativo.
Il caso dell’Islanda dimostra che vi è un’alternativa credibile alle politiche di austerità attuate in tutta Europa. Queste, oltre ad essere economicamente inefficienti, sono politicamente costose e socialmente insostenibili. Con la scelta di mettere l’interesse pubblico al di sopra di quello del mercato, l’Islanda mostra la via al resto del continente per uscire dalla crisi.
[Fonte: www.mondialisation.ca]
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TAV in Valle di Susa: ora basta, ce lo chiede l’Europa!
La Francia ha deciso di non costruire più la Torino-Lione. Basta, stop, fine, kaputt. Del mitico corridoio 5 resta solo la tratta PD.
Vi svelo un segreto, in realtà di Pulcinella se non per l’informazione nostrana: la Francia ormai ha deciso di non costruire il Tav Torino-Lione. Manca ancora la firma sul certificato di morte del progetto: poi bisognerà incaricare qualcuno di dare il doloroso annuncio ai Letta bipartizan nella stanza dei bottoni e – soprattutto – alla nazione.
In genere non merita neanche di essere letta la gran parte di quello che si scrive in Italia sul mitico buco di 57 chilometri sotto le Alpi nel quale sfrecceranno treni con forza cieca di baleno: quel buco che “ci porterà in Europa” (come se fossimo in Asia…) e che s’ha da fare, a costo di tritare le ossa ai valsusini, perché “ce lo chiede l’Europa”. Quella roba non merita di esser letta per almeno due buoni motivi: primo, per i governi italiani e i media mainstream l’utilità del Tav è una sorta di dogma di fede (nonché lo spartiacque fra buoni e cattivi) mentre in realtà quel buco non serve se non a farci spendere ……………………..
Clicca qui per l’articolo completo!
Altre notizie correlate nella sezione “TAV in Val di Susa”.
[Fonte: crisis.blogosfere.it]
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Regione Piemonte – Sanità: Così si ottimizza la spesa!!!!!
Nella polvere l’ASL “fantasma” di Novara!
La nuova sede dell’azienda sanitaria avrebbe dovuto essere inaugurata la scorsa settimana, ma è ancora un immenso cantiere, dove pare non fervano troppo i lavori. E mentre i cittadini attendono, i costi lievitano e spuntano i primi contenziosi legali.
L’inaugurazione era fissata per lo scorso 12 maggio, ma per aprire i battenti della nuova sede dell’Asl di Novara si dovrà attendere ancora, e parecchio. Il cantiere è quasi del tutto fermo, i lavori procedono a rilento e i soldi preventivati rischiano di non essere sufficienti a completare l’opera anche perché, a quanto pare, nel frattempo sarebbe in corso un contenzioso giudiziario con la ditta costruttrice. A dispetto dei toni trionfalistici usati alla presentazione del progetto dal presidente della Regione Roberto Cota, dai vertici dell’Asl e da Guido Stefanelli, amministratore delegato di Pessina Costruzioni, azienda affidataria, il quadro è davvero desolante. Ad accendere i fari sulla vicenda è Daniele Galli, vice presidente nazionale di Asso-Consum, che denuncia la «situazione di stallo con gravi conseguenze sia per i soldi finora spesi, sia per i cittadini che avrebbero potuto avere vantaggi dal servizio sia per i residenti che devono convivere con un cantiere che procede a rilento, e del quale non si conoscono più i tempi certi».
E così un progetto ambizioso che dalla riconversione e il recupero architettonico dell’ex ospedale psichiatrico della città mira a realizzare in un unico complesso un centro integrato di servizi sanitari territoriali (uffici amministrativi, poliambulatorio, cure primarie, prelievi e diagnostica) è avvolto nella polvere di un cantiere infinito. Tanti gli interrogativi posti da Galli, di fronte al silenzio delle istituzioni: «È diritto dei cittadini novaresi e piemontesi essere costantemente informati sullo stato dei lavori di una importante opera pubblica sanitaria che si aspettavano ultimata e fruibile già nel brevissimo – spiega -. Perché si è scelta una forma di appalto cosi complessa, che unisce la parte edile e la gestione di attività assai diverse anche per scopo, senza separare le due fasi di appalto, che forse nel caso era più opportuna? Perché la data di consegna prevista al 12 maggio 2013 non è stata rispettata? Quali fatti o varianti sono intervenute nel corso dei lavori sul progetto originale? E se si, da chi autorizzate? E a fronte di quali verifiche di copertura economica? È vero che esiste già un contenzioso legale tra la Asl e la ditta Pessina? E per quali motivi?».
Nell’area, infatti, saranno ricavati una mensa, un edificio per la ristorazione, spazi dedicati al pubblico, una sala multifunzionale e parcheggi: boccone ghiotto, soprattutto, a fronte di un contratto annuale di gestione, affidato alla medesima ditta Pessina, pari a 1 milione e 800 mila euro, e che la stessa gestirà l’intero complesso in regime di Global Service per ben 23 anni. Il costo complessivo dell’intervento, comprensivo sia del costo dei lavori sia dei successivi costi di gestione, è di oltre 67 milioni di euro. Non proprio bruscolini.
E in ultimo, ma non meno importante, la questione relativa alla nuova centrale termica: «È vero – chiede Galli – cha la nuova centrale termica, costruita abbattendo un bosco di tigli, è stata spostata dalla collocazione originaria per problemi tecnici non previsti in progetto? Inoltre, corrisponde al vero che allo stato attuale le emissioni in atmosfera uscenti dai camini di esalazione fumi della centrale termica si dirigono verso le abitazioni civili adiacenti al perimetro del cantiere? Tale opera come modificata era stata valutata sull’impatto territoriale?». Interrogativi che impongono risposte. Urgenti e inequivocabili.
[Fonte: Lospiffero.com]
Scarica i documenti deliberati del piano di riordino della sanità:
Qui solo l’elenco delle chiusure degli ospedali e delle strutture con la data di cessazione!
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